La Stampa, 11 ottobre 1928

 

 

In un discorso del 10 ottobre del 1928 rivolto ai giornalisti, Mussolini parlò del rapporto tra stampa e fascismo, della missione che incombeva sui giornalisti e, nella parte finale del suo intervento, criticò coloro che lo lodavano e chi pensava che essere iscritto al partito fosse sinonimo di ingegno e di lode. 

 

Camerati! Signori!

Questa importante riunione dei giornalisti del Regime, avviene soltanto alla fine dell’anno VI. Voi vi rendete conto che non poteva avvenire prima, perché solo dal gennaio del 1925, e più specialmente in questi ultimi due anni, è stato approntato e risolto quasi completamente il problema della stampa fascista […]

In Italia […] il giornalismo, più che professione o mestiere, diventa missione di una importanza grande e delicata […] perché è il giornale che circola tra le masse e vi svolge la sua opera di informazione e di formazione […]

Le vecchie accuse sulla soffocazione della libertà di stampa, non hanno più credito alcuno. La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana […] Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa ed un regime; è libero perché nell’ambito delle leggi del Regime può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, critica […]

La cronaca nera deve essere lasciata ai commissari verbalizzanti nelle Questure, salvo casi speciali, nei quali l’interesse umano o sociale o politico sia prevalente. Non servono il regime coloro i quali non tengono la misura della dignità di fronte agli stranieri, sia quando sono ospiti dell’Italia, sia quando esprimono giudizi sul Regime, su Mussolini. Ripeterò, dunque, che i dieci in condotta con lode o senza, che mi vengono rilasciati talora da illustri  personaggi, mi lasciano perfettamente indifferente. Bisogna esaltare i grandi uomini, quelli che rendono veri servigi alla Patria e all’Umanità; non i vanitosi che vogliono vedersi sul giornale fotografati nell’atto in cui salutano romanamente il Fante Ignoto […]

Nel campo dell’arte, della scienza e della filosofia, la tessera non può creare una situazione di privilegio o di immunità. Come deve essere permesso di dire che Mussolini come suonatore è un dilettante molto modesto, così deve essere permesso di obiettivamente giudicare l’arte, la prosa, la poesia, il teatro, senza che ci sia un veto per via di una tessera più o meno retrodatata […]

Quando uno chiede di essere giudicato come poeta, drammaturgo, pittore, romanziere, non ha il diritto poi di richiamarsi alla tessera se il giudizio gli è sfavorevole. Un tizio può essere valoroso fascista ed anche della prima ora, ma come poeta può essere un deficiente.

Non si deve mettere il pubblico nell’alternativa di passare per antifascista, fischiando, o di passare per stupido o vile, plaudendo a tutti gli aborti letterari […] La tessera non dà l’ingegno a chi non lo possiede.

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