Il fascismo si propose da subito come difensore della lingua italiana. Nel 1923 Filippo Tommaso Marinetti su "L’Impero", a proposito dell’abuso di termini stranieri, così si esprimeva:

“Italianizzazione obbligatoriamente immediata degli alberghi. Tutte le diciture, insegne e liste delle vivande, conti ecc. in lingua italiana. Italianizzazione della nuova architettura contro l’uso sistematico di plagiare le architetture straniere…Italianizzazione obbligatoria delle edizioni e dei caratteri tipografici”.

Nel 1931 “La scena illustrata” di Firenze inaugurava la rubrica: "Difendiamo la lingua italiana”. 

Nel 1932 il quotidiano romano “La Tribuna” bandì un concorso tra i lettori per trovare le sostituzioni per 50 parole straniere.

La "Gazzetta del Popolo" di Torino invece inaugurò la rubrica “Una parola al giorno” per “ripulire la nostra lingua dalla gramigna delle parole straniere che hanno invaso e guastato ogni campo”.

Il giornalista Paolo Monelli nel 1933 riunì 500 parole esotiche in un libro intitolato "Barbaro dominio".

Anche il cinema del ventennio partecipò alla "bonifica linguistica" anche se le sviste non mancarono. In un lungometraggio di propaganda del 1936, Milizia territoriale, nei titoli si legge ancora copyright e motion pictures.

Nel 1940 il fascismo, per legge, considerò anti-italiano l’uso corrente di quasi tutte le parole straniere fino ad allora impiegate anche quando erano facilmente sostituibili con termini nostrani.

È la Regia Accademia d’Italia che provvede a fornire l’elenco dei forestierismi banditi suggerendo,inoltre, gli alternativi termini italiani da utilizzare.

Sul Corriere della Sera del 21 giugno 1941, il “Bollettino di informazioni della Reale Accademia d’Italia” pubblicò un elenco di forestierismi con i relativi termini ed espressioni da adottarsi in italiano, approvati da una apposita commissione. Eccone alcuni esempi:

affiche-cartellone, bitter- amaro, brioche-brioscia, brochure-opuscolo o fascicolo, cachet-cialdino, carrè-lombata, cellophane-celluloide, champagne-sciampagna...

L’Accademia avrebbe dovuto redigere un vero e proprio dizionario, ma restò incompiuto a causa della guerra.

Si è detto e scritto che il fascismo, attraverso l’autarchia linguistica, mirasse a creare una lingua di regime (la lingua dell’italiano nuovo che il fascismo stava forgiando) e a manipolare la mente degli italiani. Nella realtà il fine era semplicemente ridare lustro alla lingua italiana (ancora oggi è possibile trovare numerosi esempi in questo senso) troppo spesso infarcita di termini stranieri. Che non si trattasse di una manipolazione delle menti lo chiarisce un noto linguista, filologo e critico letterario, Giulio Bertoni, sul Corriere della Sera del 1 giugno 1941:

Il rispetto per la tradizione e il geloso amore per la storia della lingua non devono ostacolare l’accettazione di vocaboli nuovi per designare idee e cose nuove. I vocaboli non si impongono per autorità né di Accademie né di decreti. Ma quando, per queste nuove cose e idee, soccorrono genuine voci nostrane, sarebbe colpa dimenticarle e servirsi di parole straniere. E’ lecito, ad esempio, sostituire a un termine come record una voce italianissima come primato…Alcune parole come sport e film sono sprofondati ormai nel cuore della nostra lingua in tal modo che non sembra più possibile sradicarli.

  

In generale le parole introdotte dal fascismo servivano a sostituire quelle straniere, ma si arrivò perfino a italianizzare i cognomi: Renato Rascel divenne per un periodo Renato Rascelle e Wanda Osiris Vanda Osiri. Alcune di questi termini sono riusciti ad entrare nel vocabolario di tutti i giorni, ad esempio buffet è diventato "rinfresco", garage "rimessa", sandwich divenne "tramezzino", whisky "acquavite", gangster "malfattore", croissant diventa "cornetto", water-closet "sciacquone", booking "prenotazione" e via discorrendo...

Il 16 aprile del 1941 sempre il Corriere della Sera informa che presto sarebbe entrata in vigore una legge che avrebbe vietato l’uso di parole straniere nelle insegne dei negozi, nelle targhe poste all’esterno degli edifici, sugli involucri e recipienti in qualsiasi modo esibiti al pubblico, tanto nelle vetrine quanto all’interno delle botteghe. Nel settore dell’arredamento e dell’abbigliamento si era già provveduto, tramite l’Ente della Moda, alla compilazione di un dizionario delle parole destinate a sostituire le denominazioni straniere più diffuse non solo tra i commercianti, ma anche tra i consumatori, molte delle quali così radicate da essere ormai ritenute di uso comune.

Nella realtà dai quotidiani di quegli anni apprendiamo che:

“Nonostante l’attiva propaganda svolta e le vive raccomandazioni rivolte agli interessati, non tutta la vieta terminologia estera è scomparsa dalle vetrine dei negozi e dai cartelloni indicativi dei prezzi. Viene fatto ancora di leggere, passando per le strade, attraverso i cristalli delle vetrine, cartellini con scritto “crèpe” invece di crespo, “satin” invece di raso…La legge diventerà esecutiva dal prossimo mese di luglio, e allora a carico dei trasgressori saranno prese gravi sanzioni, che possono arrivare al ritiro della licenza d’esercizio e alla condanna a sei mesi di reclusione e all’ammenda fino a 5.000 lire. Altrettanto non si può dire per altri settori merceologici, tra cui quello dei liquori e dei dolciumi. Se D’Annunzio ha ribattezzato il cognac in arzente, molti altri nomi restano tutt’ora da cambiare e cioè rhum, curacao…"

Gli intenti erano buoni, ma la maggior parte degli italiani si esprimeva ancora in dialetto e la guerra impedì altre iniziative.

La bonifica o autarchia linguistica è stata ripresa da molti anche ai giorni nostri. Sul web, e non solo, è possibile trovare numerosi articoli in cui si sottolinea l'imbarbarimento della nostra lingua.

Abbiamo scelto per voi uno spot del 2014 di una nota compagnia navale italiana in cui si mettono a confronto alcuni termini stranieri, ormai di uso comune, con il corrispettivo italiano.

Qualcuno ci aveva pensato molto tempo prima...Anche questo spot vuole manipolare le masse?

 

Bibliografia

L'inglese agli inglesi

Corriere della Sera, 16 aprile 1941

Corriere della Sera, 1 giugno 1941

Corriere della Sera, 21 giugno 1941

 

Video

Spot

Me ne frego, documentario

 

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