Dal libro Duce truce di Alberto Vacca

 

 

Boia, usurpatore, pecoraio, assassino, ladro, brigante, porco, zuccone, brutta persona, capo birbaccione, affama popolo, testa di vitella, testa d'asino, testa di rapa,  beccamorto, idiota, bischero, il pagliaccio di Palazzo Venezia, il fondatore della fame, venduto alla Germania...

Quelli che avete letto sono solo alcuni degli insulti cui era fatto oggetto Benito Mussolini. E' tutto scritto nero su bianco e depositato presso l'Archivio Centrale dello Stato in un fondo formato da 92 buste (1930-1943), contenenti informazioni dettagliate sulle offese al Capo del Governo e sulle storie personali di quegli italiani che si macchiarono di tale reato.

Accanto alla folla oceanica ed osannante di Piazza Venezia esisteva quindi una folla, sicuramente meno numerosa, tutt'altro che benevola verso Mussolini. 

Alberto Vacca, autore del libro Duce truce, da cui abbiamo preso buona parte delle informazioni presenti in questo articolo, ha calcolato che dei circa 5000 denunciati, nel periodo che va dal 1926 al 1943, 1700 furono assegnati al confino, 300 condannati alla reclusione, tutti gli altri ammoniti o diffidati. La durezza delle pene era mitigata da atti di clemenza emessi da Mussolini in particolari occasioni: nel 1932 in occasione del decennale della Marcia su Roma; nel settembre 1935 per la nascita di Maria Pia di Savoia; nel maggio del 1936 per la proclamazione dell'Impero...

A denunciare con solerzia gesti, parole, pensieri contrari a Mussolini erano spesso vicini di casa desiderosi di prendersi una rivincita verso l'odiato dirimpettaio e colleghi di lavoro invidiosi e alla ricerca di una promozione.

Le invettive erano pronunciate da ubriachi, poveri contadini, genitori che avevano i figli richiamati alle armi, persone stufe della guerra e delle continue privazioni.  Spesso la rabbia si concentrava anche su quadri, cartoline, manifesti, calendari, giornali e busti del capo del Governo presenti nei bar, nelle case, negli uffici. 

La legge del 1925 prevedeva come pena la reclusione o il confino da sei mesi ad un anno, l'ammonizione, la diffida oppure una multa. Nel 1930 la pena di reclusione aumentò da uno a cinque anni. La norma fu indurita durante la guerra (reclusione da tre a dodici anni) ed eliminata nel 1944 dal Codice penale e nel 1956 dal Codice militare di pace. 

La pena più grave era il confino che comportava l'obbligo di risiedere in un Comune diverso da quello di residenza, oltre ad altre limitazioni personali (era vietato detenere armi, non si doveva rientrare tardi la sera, non si poteva partecipare a pubbliche riunioni...).

L'ammonizione invece non comportava il cambio di residenza. Le limitazioni riguardavano il porto d'armi, il non accompagnarsi a persone sospette, non trattenersi abitualmente in osterie, bettole, postriboli. 

La diffida era una intimazione verbale con la quale si invitava a non occuparsi di politica e a non esprimere opinioni sfavorevoli verso il regime. Nei casi più gravi le decisioni in merito alla pena da infliggere erano prese da Mussolini.  

I luoghi in cui ci si lasciava maggiormente andare erano le osterie e le trattorie dove erano esposti i ritratti di Mussolini e del Re (quest'ultimo meno bersagliato dagli insulti). In questi casi il gestore aveva l'obbligo di sporgere denuncia, ma veniva battuto sul tempo dai frequentatori del locale. 

Le offese avvenivano anche nelle sedi del Dopolavoro, nelle edicole ma anche attraverso lettere, volantini e cartoline anonime spedite al diretto interessato. Anche sui muri cittadini ignote mani si lasciavano andare ad invettive contro il Capo del Governo, oppure si storpiavano i motti celebri del fascismo. "Duce a noi" diventava "Duce annoi". Nel caso di scritte murarie offensive si ricorreva a scrupolose indagini pur di trovare il colpevole.

Anche gli inni venivano riadattati. Giovinezza diventava:

 

Giovinezza, giovinezza

è una merdezza

Mussolini è una schifezza

 

 

Faccetta nera diventava:

 

Faccetta nera, cara Abissinia

ormai l'Italia ti porta alla rovina

ma noi saremo a fianco a te

gridando assieme abbasso il Duce, abbasso il re

 

 

 

Tante erano le minacce di morte nei confronti del Duce:

 

Gli darei quattro pugnalate

 

Gli debbo cacciare gli occhi con la forchetta

 

Prendo una rivoltella e gli sparo

 

Mussolini dovrebbe essere messo in un torchio e torchiato

 

Bisognerebbe metterlo in croce

 

Al Nord Italia Mussolini veniva chiamato Cerutti, un cognome assai diffuso e di umili origini, per indicare una persona comune. Tante le barzellette e le battute per smitizzare il Capo. 

 

 

- Hai la foto del Duce in tasca?

- No!

- Ma allora dove sputi?

  

 

Nei cinematografi all'apparire di Mussolini alcuni emettevano pernacchie, rumori che nel gergo dei rapporti prefettizi diventavano: gesti sconci emessi dalla bocca.  I quadri di Mussolini erano fatti oggetto di sputi e lanci di oggetti vari. Le foto e le cartoline erano fatte a pezzi oppure vi si aggiungevano corna o gli si cavano gli occhi. Nel testo di alcune denunce si legge:

 

Asportava con una lametta di rasoio Gilett gli occhi da una effige del Duce

 

Veniva rinvenuto calendario recante effigie duce deturpata da baffi et barba nonché corna tipo cervo fatti matita

 

Come ci si difendeva in caso di accusa? Nel corso degli interrogatori spesso si negava, oppure si dava una propria versione dei fatti. In alcuni casi poi si dava la colpa al vino. Pochi erano i casi in cui si riusciva a convincere la polizia della propria buona fede.

Anche anni dopo la morte di Mussolini e la fine del fascismo, i quotidiani riportavano notizie di persone, che in passato avevano offeso il duce, assolte dalla nuova legge italiana. 

Questi due episodi risalgono al 1956 ed al 1961:

 

Prosciolto solo ora un aviere che offese Mussolini nel '43 

 

Assolto solo dopo vent'anni dall'accusa di offese al duce. Nel 1941 disse: "L'uccisione di Matteotti è stata compiuta per volontà di Mussolini

 

Ma in entrambi i casi, le persone in questione erano già state amnistiate. Avevano semplicemente ricevuto una sentenza definitiva del giudice "di piena assoluzione perchè il fatto non costituisce reato in quanto il capo dello stato di allora è deceduto". 

Con la fine del fascismo, a livello legislativo, si continuò a tutelare lo Stato ed i suoi massimi rappresentanti da offese ed ingiurie. L'art. 278 del codice penale stabilisce che:

 

Chiunque offende l'onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

 

Leggi anche

 

Come si rideva durante il ventennio

 

Bibliografia

 

Alberto Vacca, Duce truce, Castelvecchi Editore, 2011

Prosciolto solo ora un aviere che offese Mussolini nel '43,  La Stampa, 25 dicembre 1956

Assolto dopo vent'anni dall'accusa di offese al duce, La Stampa, 19 febbraio 1961

 

 

 

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