Attraverso interviste e fatti poco noti, vogliamo raccontarvi la vita ed il lavoro di Totò limitatamente agli anni del fascismo. Dell'artista partenopeo esiste una foto in primo piano con in bella vista la cimice, ovvero il distintivo del Partito Fascista. Non abbiamo trovato però, nelle nostre ricerche, nessun altro rapporto tra il Partito e Totò. Anzi. Numerose testimonianze parlano di un Totò che, attraverso la sua pungente ironia, manifestava pensieri non proprio allineati col regime, soprattutto durante l'occupazione nazista ma non solo.

Per esempio, durante la campagna di abolizione del Lei, Totò, nel corso di un monologo, costruì una gag trasformando Galileo Galilei in Galileo Galivoi. Un gerarca seduto in platea denunciò il comico. Il procedimento contro Totò verrà archiviato per volere di Mussolini che, a proposito della denuncia del gerarca, commentò: "Fesserie".

Ma procediamo con ordine.

Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, ebbe un talento straordinario, anche se tardivamente riconosciuto dalla critica. Eppure da piccolo, come ebbe modo di raccontare in una intervista nel 1941, le sue aspirazioni erano altre:

In un primo tempo io volevo votarmi alla carriera ecclesiastica, e alcun tempo dopo a quella marinara; ma, essendo svanite e l’una e l’altra, quando terminai gli studi liceali, mi votai all’arte del palcoscenico la cui passione pure friggeva entro di me fin dalla mia più tenera età"

La vocazione ecclesiastica fu dovuta alla frequentazione di un collegio dove faceva il chierichetto:

“Nessuno fra i molti collegiali sapeva servirla (messa) meglio di me […] Allorché tornavo a casa per le vacanze, nella mia cameretta innalzavo subito un altarino e devotamente passavo il mio tempo a pregare. Badate bene che non vi racconto delle fandonie, ma la pura verità […] “Mia madre sosteneva convinta – Totò pazzeia a fa’ ‘o prevete (Totò gioca a fare il prete) […] Pinzillacchere materne! Io invece, a prescindere, mi sentivo veramente trasportato al sacerdozio […] Poi, a sentirmi dire dalla mamma che pazzeiavo, mentre un’amica di mia madre insisteva a dichiarare che la faccia da prete non ce l’avevo, e qualche conoscente di famiglia asseriva che sarei stato nu’ prevete sbagliato (un prete cattivo), a poco a poco, l’altarino, gli annuali presepi e il servizievole chierichetto si dissolvettero come neve al sole…"

Un’altra passione si affacciò dopo il liceo:

“Avvocato? Ingegnere? Medico? Niente di tutto questo: il mare mi attraeva […]  Voglio fare l’ufficiale di marina! […] Tutti erano convinti che per…deficienza costituzionale, mi avrebbero scartato, e mi prospettarono questa eventualità […] Mi chiusi nella mia camera, mi spogliai e mi posi dinanzi allo specchio dell’armadio […] Ih! Ih! Ih! […] Quanto sono scemi quelli che pensano che io non sono buono a fa’ ‘o merenaro! […] Feci domanda per essere ammesso a Livorno (Accademia navale) […] Mi presentai fieramente dinanzi agli ufficiali in commissione […] Riformato! […] Ricordo che tornato a casa volli sincerarmi sul responso severo emesso nei miei confronti e ripetei l’operazione dinanzi allo specchio […] Non avevano avuto torto a dichiararmi riformato. Sicuro: <riformato>, cioè formato due volte; val quanto dire doppiamente in forma, e mi convinsi che i giovani due volte in forma non venivano allora ammessi in marina"

La sua vera e più forte vocazione fu il teatro. Gli inizi furono molto difficili. Totò racconta di essere stato licenziato perché, durante un freddo inverno, aveva osato chiedere qualche moneta all'impresario Capece per potersi recare in teatro con il tram. 

Durante le nostre ricerche abbiamo scovato un articolo pubblicato da La Stampa (30 novembre 1933) in cui si racconta anche di un altro licenziamento, dovuto questa volta ad un motivo davvero singolare:

"A Torino, una di queste sere, dopo la mezzanotte […] lo vedete quel giovane mingherlino e distinto, simpatico ed elegante, che sale in quella lussuosissima <522 S> fuori serie? Quello è Totò. Quattordici anni orsono […] lo stesso giovane […] usciva dalla porticina di servizio di un teatro di varietà (Napoli) […] Rincasava non molto allegro, né troppo mesto, dopo il debutto. Quella sera infatti il giovane attore si era esibito per la prima volta […] e questo, a dire dell’impresario, non era stato oltremodo favorevole. Fischi e crepitacoli partenopei, avevano forse salutato il suo apparire alla ribalta? No, niente di tutto questo: il pubblico non aveva applaudito come l’impresario si riprometteva […] Totò non piacque ai napoletani? […] Tutt’altro, invece. Il fatto vero è questo: gli spettatori risero tanto quella sera, che, dovendosi mantenere la pancia con le mani, perché non scoppiasse dalle risa, non poterono applaudire…E l’impresario capì al rovescio…[…] Licenziò Totò […] su per giù con questa frase: Totò, fatemi il favore, andate ad arricchire un altro…Totò uscì dal teatro con un po’ di tristezza, dopo tanta allegria da lui profusa […] gli rimaneva però nell’orecchio l’eco delle risate […] Totò, l’uomo più snodato del mondo […] che, col contorcimento di una qualsiasi parte del corpo, e tre stupidaggini profonde dette a sangue freddo, riesce a far smacellare dalle risa […] Totò […] da quella sera iniziò la sua ascesa"

Totò amava molto "giocare" con gli spettatori. Quando si alzava il sipario i ritardatari venivano così accolti:

“Ah Buonasera, come sta? Finalmente è arrivato. Stavamo in pensiero. Adesso possiamo cominciare". Oppure “E’ arrivato. Butta la pasta".

Il pubblico impazziva per lui. Anche la stampa (1937) giudicava in modo lusinghiero il comico napoletano: 

"Macchiettista e contorsionista spassoso e arguto, Totò è uno di quegli attori italiani di cui si dice: non v’è l’uguale". 

E poi ancora:

"Totò ha una mimica che è assai più espressiva di ogni lingua parlata".

Non solo teatro. Durante il ventennio si cimentò anche con il cinema. Il primo film di Totò fu "Fermo con e mani "del 1937 (in realtà i suoi biografi indicano come vero esordio cinematografico il film "Animali pazzi" del 1939 ideato da Achille Campanile). 

Ma il cinema non rientrava tra le sue preferenze lavorative. In una intervista del 1939 rilasciata ad un giornalista della rivista "Cinema" viene definito "nemico dei riflettori":

"Quando decidemmo di parlare a Totò ci dissero che vagava con la sua compagnia tra Civitavecchia e Viterbo […]Per quanti sforzi facessimo egli inconsciamente riusciva a sfuggirci. All’albergo risultava essere regolarmente in teatro, in teatro al caffè, al caffè di nuovo all’albergo […] Ci ricevette sotto una luce fioca dietro le quinte del teatro […] Egli con convinzione disse: Nel cinema la cosa scioccante sono i riflettori. Perché i riflettori […] incocciano, e io, ho i capelli neri e lucidi e allora è un disastro […] Io sono entusiasta del cinematografo, purtroppo non così dei miei film […] Mi dovete credere […] le più grandi soddisfazioni è stato il teatro a darmele e sapete perché? Perchè il teatro è molto ma molto più difficile del cinematografo e quassù, su queste tavole giochetti e finzioni non se ne possono fare". 

Un Totò che ama il cinema ma non la professione di attore cinematografico. I film comici del resto durante il ventennio non sono tanti, prevalgono i film commedia, del genere telefoni bianchi. Non mancano le eccezioni ed in alcuni casi si ha apertamente il coraggio di fare satira contro il regime. Come nel caso del film Nerone (1930) di Alessandro Blasetti. In quell'occasione Petrolini interpreta un Nerone, (discorso al balcone) in cui è difficile non vedere una caricatura di Mussolini. 

20 dicembre 1939, la compagnia teatrale di Totò si imbarca sul piroscafo "Urania" per compiere un giro di rappresentazioni nell'Africa Orientale Italiana, sotto gli auspici del Ministero per la Cultura Popolare. La tournée toccherà l'Etiopia, in particolare le città di Massaua e Addis Abeba. Come sua abitudine Totò, quando si recava a passeggio nelle due città africane, dispensava soldi ai bambini smagriti e seminudi e non ritirava mai la mano quando c'era da prestare opere di carità.

10 giugno 1940, l'Italia entra in guerra. Una guerra lunga, difficile, tormentata. Una realtà che entra prepotentemente anche nella rivista

Il 3 febbraio 1942 Totò debutta al Lirico di Milano con Anna Magnani nella rivista "Volumineide", il cui primo titolo era "Questi nostri amici", censurato perché si pensa che faccia riferimento agli scomodi alleati tedeschi e non agli eroi dei romanzi messi in scena. Nonostante la censura, gli attori inserivano ugualmente battute palesemente riferite alla situazione del momento, anche a costo di rischiare in proprio:

Nel paese dei balocchi, siamo tutti un poco schiocchi

Ma importanza ciò non ha, siamo schiocchi, siamo allocchi

Siam farlocchi ma che fa?

Qui sia grandi che piccini

Siamo tutti burattini senza limiti di età

Burattini, burattini burattini in libertà

Qui le teste son di legno, ch’è proibito avere ingegno

Chi ragiona in questo regno non è degno di campà

Gli allarmi aerei sono sempre più frequenti. Spesso gli spettacoli vengono bruscamente interrotti per permettere il raggiungimento dei rifugi. Gli stessi attori raggiungono i rifugi con gli abiti di scena. Nel 1942 Totò è in scena con "Orlando Curioso". Il suo abito di scena non è il massimo della comodità, soprattutto se si deve correre. Con la corazza, il pennacchio in testa, la rigidità che gli impone il costume da pupo siciliano, corre per la strada a gambe levate. Un’attrice della sua compagnia, Clelia Matania, preoccupata che così bardato si renda ridicolo, una sera gli chiede perché non si è levato il pennacchio. Totò pronto le risponde: E secondo voi i’ songo accussì fesso da finì acciso sott’ ‘e bombe pe’ colpa ‘e nu pennacchio?

Nel gennaio del 1943 Totò porta in provincia "Imputati...alziamoci!". Con loro lavorava anche Peppino De Filippo. Totò impersona Napoleone e quando un attore gli chiede: «Compagno?», lui gli risponde alla francese “Camarade” ma lo pronuncia in modo distorto molto simile a “camerata”. L’altro non capisce e allora Totò replica: <Va bè, fa’ come vuoi. Camarade o compagno è lo stesso». Nel 1945 quella stessa battuta gli costerà cara. Alla fine dello spettacolo uno spettatore, con la scusa di chiedergli un autografo, gli si avvicina e gli dà un pugno che gli spacca un labbro. 

Qualche mese più tardi è al Sud, a Salerno, per uno spettacolo dedicato agli alleati inglesi e americani. Con lui c’è anche Mario Castellani. Pensano che verranno capiti perché in sala ci dovrebbero essere molti oriundi. In realtà non c’è neppure uno spettatore capace di afferrare le loro battute, ma si divertono lo stesso moltissimo.

Totò ha così la conferma che non servono testi ben scritti come pretenderebbe la sua spalla. Gli dice: «Hai visto che le chiacchiere non mi servono? E' il mio personaggio che fa ridere la gente. Per questi zulù abbiamo parlato ostrogoto, ma si sono divertiti lo stesso. Avremmo potuto recitare una litania di insolenze, il risultato non sarebbe cambiato».

Nel 1944 Totò lavora nella rivista "Che ti sei messo in testa?" originariamente intitolata "Che si son messi in testa?". Ma, poiché lanciava delle forti provocazioni contro il sistema politico, entrò nel mirino della censura che la modificò. 

Il leitmotiv della rivista s'incentrava sul fatto che la Ragione fosse andata in ferie allontanandosi da Roma, come tutti i divi, impedendo ai teatri di organizzare delle buone riviste: l'intento  critico nei confronti del nazifascismo era evidente. Si susseguivano in scena alcuni dei più celebri pezzi di repertorio dei maggiori interpreti: la Magnani nella fioraia del Pincio, Totò in quelli di Pinocchio, insieme nella gag de "Il gagà", già cavallo di battaglia di Ettore Petrolini e, successivamente, di Enrico Montesano.

A Roma si sussseguono senza sosta rastrellamenti da parte della Gestapo e dei fascisti delle Brigate Nere, della banda Muti e della Banda Koch,  alla ricerca di partigiani e antifascisti. Un giorno, durante un rastrellamento, per non farsi prendere, Totò è costretto a rifugiarsi nel cimitero del Verano e a nascondersi dentro una tomba, vuota naturalmente.

La vita a Roma, tra bombardamenti e rastrellamenti, è sempre più difficile. Parallelamente il popolo cerca distrazioni anche attraverso il teatro. Più si soffre e più il pubblico desidera distrarsi e divertirsi. Con un coraggio che rasenta l’incoscienza, Totò non perde occasione, ad ogni replica, di strizzare l’occhio al pubblico con allusioni e battute a doppio senso, che si riferiscono alla situazione politica, al fascismo che è caduto e ai tedeschi che occupano Roma.

Rappresentando il pastore Aligi ne "Il figlio di Jorio", una parodia del testo dannunziano, Totò si scatena ripetendo in tono implorante alla soubrette: <Vieni avanti! E vieni avaanti!,> riferendosi chiaramente all’avanzata degli americani. Il pubblico capisce ed applaude, ma i rischi non mancano perché molti ufficiali tedeschi conoscono bene l’italiano e afferrano senza farseli tradurre i doppi sensi di Totò. Per esempio, il pastore Aligi si risveglia dopo settecento anni di letargo, ammicca agli spettatori e dice:

Io penso alle mie pecore

che tirano a campar!

Io penso alle mie pecore

Che fanno tutte…mbè

Io penso alle mie pecore

Che han smesso di belar!

Io penso alle mie pecore

Che son stanche di belar!

E, a volte, sull’onda di queste battute allusive, incitava il pubblico a belare, per cui tutti gli spettatori, con somma provocazione, si mettevano insieme a Totò a fare il verso delle pecore e a ridere.

Una sera in cui si era sparsa la voce dell'attentato ad Hitler, Totò, che adattava il copione all'attualità di quei giorni, si presentò improvvisamente in scena coi baffetti e col ciuffo tutto incerottato e fasciato e attraversò la scena nel bel mezzo di un numero che trattava tutt'altro, e zoppicando scomparve tra l'ilarità generale. Quella sera stessa un colonello tedesco, suo amico, gli confidò che il mattino seguente avrebbero arrestato sia lui che i fratelli De Filippo ( rei di aver preso in giro i nazisti). Dopo aver avvertito Peppino,Totò scappò a Valmontone.

Totò ricorda:

«Il ricordo più divertente è un ricordo tragicomico... Era proprio il periodo della guerra. Io lavoravo al Valle e i De Filippo stavano all'Eliseo. Un amico mi chiamò dalla questura dicendomi che i tedeschi volevano arrestare me e i De Filippo. Allora telefonai a un amico per andarmi a nascondere. Prima di recarmi da lui, passai all'Eliseo per avvisare i De Filippo. Eduardo non c'era, c'era Peppino. Gli dico: «Peppì, qui succede così e così, bisogna scappare». «Ah sì, scappiamo, dove scappiamo? Dove scappiamo?» «Tu la prendi alla leggera, scherzi?» gli faccio. «Vengono i tedeschi, chi sa cosa ci vogliono fare...» «Ah, vengono qua? E dove ci portano? In albergo?» «No» gli dico, «ci fucilano!». E me ne andai, cioè corro a nascondermi da quest'amico che mi avrebbe ospitato gentilmente. Naturalmente nessuno doveva sapere che ero lì. Dopo mezz'ora che sto là, quest'amico mio viene e mi dice: «Senti, c'è una cugina mia che ti vuol conoscere, che ti ha visto a teatro, è una tua ammiratrice...». Dico: «Don Lui'», si chiamava Luigi, «Don Lui', nessuno deve sapere che sto qua...». «Sì, ma è una parente...». «Vabbe', Don Lui'...» Questa viene, piacere... piacere... e compagnia bella. Dopo un'oretta torna lui e dice: «C'è un mio compare...». Questo per due giorni di seguito. Alla fine dico: «Don Lui', qui dove sto io lo sa tutta Roma. Se i tedeschi chiedono dove sta Totò... tutti gli dicono che sta qua...».

"Con un palmo di naso", la nuova rivista di Galdieri, debutta al Valle il 26 giugno 1944. Roma è stata liberata solo da una ventina di giorni e nel nuovo clima lo spettacolo non esita ad affrontare temi di attualità. La rivista ritorna alla vocazione satirica soprattutto nei confronti della politica e dei suoi uomini più rappresentativi.

Totò rifà Pinocchio, un burattino affamato in cerca di cibo, ma in tutte le scatole che trova c’è scritto «Only for Allied Forces». Da una scatola esce la Libertà. «Ah! Libertà in scatola», sospira il burattino.

In un altro quadro Pinocchio-Mussolini incontra Salomè e le dice che ha fatto tutto per il suo bene. Ma lei replica: «Se mi volevi bene veramente / dovevi agire un po’ più seriamente / dovevi fare meno profezie / dovevi dire meno fesserie / dovevi smascherare quei pagliacci / pensare più ai fagiuoli che ai Petacci». 

Pinocchio le risponde: «Se mi volevi bene in quei momenti / non mi dovevi fare i monumenti. / E senza aver timor dei miei scherani / non mi dovevi battere le mani. / La cartolina rossa di adunata / dovevi rimandarmela stracciata. / Dovevi fare almeno sol la mossa / d’organizzar uno straccio di sommossa. / Quand’io pontificavo dal balcone / dovevi farmi almeno un pernacchione. / Quand’io facevo tutto a mio piacere / dovevi darmi un calcio nel sedere»

 

Bibliografia

La Stampa, Avete visto Totò, 30 novembre 1933

La Stampa, 11 febbraio 1937 

La Stampa, 27 marzo 1941

Corriere della Sera, Album di Totò, 17-18 aprile 1967 

http://www.antoniodecurtis.org/la_politica_con_un_palmo_di_naso.htm

http://www.antoniodecurtis.com/riviste.htm 

http://tototruffa2002.it/gli-approfondimenti/la-tournee-in-africa-del-39.html 

http://tototruffa2002.it/homepage/pillole-di-toto/il-colonnello-delle-ss.html

Lorenza Fruci, Mala femmena, Donzelli editore, 2009

Orio Caldiron, Totò, Gremese Editore, 2001

 

Video

Giornale Luce B1641 del 20/12/1939

Giornale Luce C0341 del 20/04/1943

 

 

 

 

 

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